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Lo Zen è la via che ci ricollega
all'Universo
(Kodo Sawaki Roshi)
La luce di una candela rischiara appena una stanza disadorna.
Di fronte al muro siedono, perfettamente allineati, immobili personaggi
vestiti con abiti neri, ampi, panneggianti. Il sobrio e vigoroso
silenzio viene interrotto soltanto da una profonda voce che, ogni
tanto, con severa compassione richiama alla bellezza del momento
presente.
Cosa stanno facendo queste persone? Niente - potrebbe essere la
risposta - sono semplicemente sedute. Esse in verità stanno meditando,
stanno praticando zazen.
Ora, il termine Zen, che sta a indicare una delle forme che il
buddhismo ha preso in Giappone, vuol dire meditazione. Esso deriva
dal termine cinese chan, che a sua volta deriva dalla parola sanscrita
dhyana, usata in India per indicare appunto la pratica della meditazione.
A questo punto è bene ricordare una cosa: in Occidente con meditazione,
o meditatio, di solito si intende lo scegliere un passo del Vangelo
sul quale riflettere, pensare, per poter giungere a una maggiore
e più profonda comprensione del messaggio del Cristo. All'alba dell'incontro
con le dottrine orientali, gli studiosi occidentali hanno definito
"meditazione" tutta quella serie di pratiche ascetico-concentrative
caratteristiche delle filosofie orientali. Ma, in ambito buddhista,
il termine sanscrito che indica tali pratiche in generale è bhavana:
esso deriva dalla radice verbale bhu, che vuol dire "essere". Pertanto
bhavana può essere tradotto come esserci, esserci di più, ora.
Dunque la pratica contemplativa buddhista non deve rimandare a
una cogitazione continua, bensì a un essere totalmente calati nel
momento presente. Si tratta in altre parole di essere completamente
consapevoli di se stessi, del proprio corpo, dei propri pensieri,
e di ciò che ci circonda.
Buddha, l'illuminato, è colui il quale è completamente sveglio,
assolutamente calato nella irripetibile bellezza del momento presente,
ed è proprio alla luce di tale fatto che nella tradizione Zen si
arriva ad affermare che zazen è satori, e cioè che la pratica della
meditazione è l'illuminazione: in altre parole se essere illuminati
vuol dire essere completamente calati nel momento presente, e se
meditare vuol dire esserci totalmente, allora i due termini coincidono.
La tradizione Zen si chiama in tal modo proprio perché avendo compreso
l'importanza della pratica seduta, su essa pone un forte accento.
Ma come si fa a fare zazen, o meglio la meditazione (zen) seduta
(za)?
Innanzitutto occorre scegliere un posto dove sedersi che sia tranquillo,
non troppo caldo nè troppo freddo, e poi indossare un abito ampio,
comodo e possibilmente scuro. Scelto un cuscino consistente, occorre
sedersi su di esso a gambe incrociate, per quaranta minuti circa,
anche se all'inizio è possibile sedersi per un periodo minore.
La posizione da assumere è quella del loto completo: il piede destro
che poggia sulla coscia sinistra e il piede sinistro che poggia
sulla coscia destra. Tale posizione ha una valenza sia simbolica
che pratica. Da un lato infatti simbolizza il loto, il fiore che,
pur affondando le sue radici nella melma, si leva alto verso il
cielo con i suoi petali arancioni, colore del sole nascente e della
rinascita spirituale. Dall'altro invece la posizione del loto è
estremamente pratica perché salda, stabile. Bisogna aver cura di
sedersi in pizzo al cuscino e di far toccare bene a terra le ginocchia.
In tal modo si viene a formare un tripode che dona stabilità e vigore
a tutta la postura e permette alla schiena di stare naturalmente
dritta, senza grossi sforzi. E' possibile sedersi anche nella posizione
del mezzo loto, con il piede destro sulla coscia sinistra o viceversa,
cercando comunque di ricreare la stabilita di detto tripode.
La schiena deve essere mantenuta bene dritta, le mani toccano con
il taglio interno l'addome e la sinistra poggia sulla destra. La
misura della corretta sovrapposizione delle mani viene data dal
dito medio sinistro, la cui falange centrale deve coincidere con
la falange centrale del medio della mano destra. La punta dei pollici
si sfiora a formare un perfetto ovale, che va mantenuto per tutta
la durata della seduta. Questa posizione delle mani viene chiamata
in giapponese hokkaijoin, o sigillo dell'Oceano del Dharma, ed è
simbolo e indice della concentrazione: infatti se ci si assopisce
i pollici si allentano e formano la cosiddetta "valle", se invece
ci si accanisce in un turbinio di pensieri i pollici premono forte
l'uno contro l'altro andando a formare un "monte". Inoltre è anche
molto importante il movimento che si compie per assumere tale posizione.
Le due mani partono da lati opposti e convergono verso il centro.
Allo stesso modo la mente che di solito è dissipata, distratta in
pensieri che la trascinano avanti e indietro, dovrebbe, all'inizio
della seduta, ricentrarsi, focalizzarsi.
Le spalle devono essere rilassate e i gomiti distanziati dal corpo.
Gli occhi, a differenza di altre scuole meditative, vengono tenuti
aperti, e questo per il semplice motivo che il mantenere gli occhi
chiusi, anche se all'inizio della seduta può risultare molto calmante,
difatto poi induce sonnolenza. Di solito si chiudono gli occhi quando
si vuole dormire, mentre quando si è svegli gli occhi sono aperti.
Ora, se questa deve esser la pratica del Risveglio, è bene che il
corpo assuma l'atteggiamento di una persona sveglia.
Il mento deve essere rientrato e la nuca tesa: l'immagine che la
tradizione Zen offre per aiutare il praticante ad assumere una corretta
postura è quella di una colonna che a un'estremità spinge la terra
in basso, e all'altra spinge in alto il cielo. In tal modo chi pratica
diventa una sorta di asse cosmico che unisce le sfere celesti alla
terra: il palo attraverso il quale è possibile raggiungere il cielo,
o meglio l'Assoluto.
Ma cosa fare durante zazen? Si tratta fondamentalmente di focalizzare
la propria consapevolezza su due cose: la postura e il respiro,
le due ali su cui vola la meditazione.
Innanzitutto bisogna tornare costantemente alla posizione. Occorre
sentire il proprio corpo mentre mantiene una corretta postura: non
bisogna quindi piegare la schiena, afflosciarsi, allentare la posizione
delle mani, perdere il contatto delle ginocchia, reclinare il capo
o chiudere gli occhi.
Una corretta postura deve poi essere vivificata da una corretta
attenzione al respiro. Si tratta in altre parole di osservare il
proprio respiro senza per questo controllarlo o modificarlo in alcun
modo. Se è superficiale lo si registra come tale, e quando è o affannoso,
o calmo o profondo si fa lo stesso. Con il tempo e la pratica, il
respiro diventerà quieto e impercettibile: l'espirazione si farà
sottile e prolungata e l'inspirazione breve e decisa.
La tradizione paragona la mente discorsiva a un cane affamato:
come il cane ha bisogno di rosicchiare continuamente qualcosa, così
la mente discorsiva ha bisogno di "ruminare" costantemente pensieri.
Si tratta allora di dare alla mente affamata un osso da rosicchiare,
un qualcosa che calmi il suo desiderio di essere sempre impegnata
in un processo cogitativo ma che allo stesso tempo la mantenga legata
al momento presente.L'attenzione alla postura e alla respirazione
è la risposta, è l'osso da gettare alla mente discorsiva, è l'oggetto
che tiene la mente occupata e che altresì non la distoglie dal presente.
Infatti sia la postura che il respiro sono elementi presenti ora,
da percepire nell'immediatezza del presente.
Normalmente la mente discorsiva è persa in continui confronti,
progetti futuri o ricordi passati: una rapida occhiata al momento
presente e subito parte il "film" interiore, una carrellata di pensieri
che distolgono dalla realtà. E parlare di realtà non è esagerato
poiché, a pensarci bene, il passato è passato, il futuro deve ancora
essere: solo la dimensione del presente effettivamente è, esiste,
è reale. Ora, la mente discorsiva persa nei suoi pensieri fa vivere
l'essere umano come un fantasma, alienato dal momento presente nel
quale la vita si attua.
La pratica Zen, con il suo vigoroso richiamo alla presenza educa
alla capacità di esserci, di esserci completamente, e permette al
praticante di scoprire una dimensione sconosciuta anche se già presente
di fronte agli occhi: la realtà vibrante del momento presente, nel
quale è possibile scorgere il proprio Sé originale, natura misteriosamente
sottile della vita che ci unisce in maniera inscindibile a tutti
gli altri esseri.
Il semplice fatto di sedersi con tutto se stessi (o shikantaza
in giapponese) vuol dire accettare e dunque comprendere la propria
reale natura. La reale natura, o natura originale del Sé è comune
a tutti gli esseri. Accettare e comprendere tale natura con la sola
mente è impossibile, occorre accettarla, sentirla, assimilarla anche
con il corpo: ecco perché si dà tanta importanza alla pratica dello
zazen dove tutto il corpo e tutta la mente sono concentrati sulla
postura.
Quando si è seduti, semplicemente seduti, gustando il silenzio
e l'immobilità dello zazen, è possibile osservarsi, conoscersi,
accettarsi e riconoscersi connessi e interconnessi con il resto
del Cosmo. E' per questo che si dice che lo zazen è la porta che
dà accesso alla reale pace e armonia in cui tutte le esistenze del
cosmo vivono da sempre: il nirvana.
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