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REB ANDERSON
Meditazione Zen, la via del Bodhisattva
Casa Editrice La Parola, Roma, 2006
pp.295
Prefazione all’edizione
italiana
Un
giorno, l’Onorato dal mondo salì sul trono. Manjushri
diede un colpo con il maglio, e disse: “osservate chiaramente
il Dharma del re del Dharma; Il Dharma del re del Dharma è
così”.
Allora
l’Onorato dal mondo scese dal trono.
Caso
I - Libro della Serenità
La prima volta che
incontrai Reb Anderson, Tenshin Roshi, fu a una sesshin, o
ritiro intensivo, condotto da lui al monastero di Green Gulch, vicino
San Francisco. Entrò silenzioso nella sala gremita di
praticanti zen provenienti da tutto il mondo, si inchinò
profondamente alla statua del Buddha e si mise seduto sul seggio
dell’insegnamento. I suoi occhi luminosi e penetranti
sembravano guardare il cuore di ognuno di noi.
“Una volta c’era
un fiume” disse, “ma il fiume divenne una strada”.
Poi si alzò dal seggio è uscì dalla sala.
“Cosa?”,
pensai, “tutto qui? Ho attraversato il mondo per sentirmi dire
queste quattro parole?”.
Il giorno seguente il
maestro riprese il discorso. Ci spiegò che il giorno prima
aveva citato l’incipit del romanzo di Ben Okri La
via della fame e pian piano cominciò a spiegarne il
senso profondo, le connessioni con il Dharma - l’insegnamento
del Buddha - e con la nostra pratica. Dipanò quella frase così
breve ed enigmatica come un bozzolo di seta e, nel corso dei giorni,
riuscì a tessere una meravigliosa, impalpabile, tela fatta di
Dharma con la quale ci avvolse tutti.
Effettivamente lo
spirito di ognuno di noi è, in origine, come un fiume: fluido,
capace di prendere ogni forma, pieno di forza e che naturalmente
scorre verso la foce, verso il nostro pieno sviluppo spirituale. Ma
troppo spesso ce lo dimentichiamo, e ci irrigidiamo. Perdiamo la
nostra originaria freschezza, ci inaridiamo, fino a diventare come
una strada asfaltata, bruciata dal sole, e che non scorre più
liberamente verso il grande oceano della saggezza.
Ripensando oggi a quel
primo incontro, la mia mente va al caso numero uno del Libro della
Serenità, una collezione di Koan della tradizione
Soto Zen. Vedere Reb Anderson salire sul trono dell’insegnamento
e poi scendere subito dopo, è stato vedere il Dharma nella sua
immediata presenza, nella sua totale manifestazione. Il Dharma del
Buddha è questo. E’ proprio davanti ai nostri occhi, a
ogni istante, solo che non ce ne accorgiamo, perché accecati
dalle nostre proiezioni mentali. Perché non siamo più
un fiume, ma una strada asfaltata.
L’insegnamento
del Buddha ci risveglia a questa visione. Un insegnamento che ci è
stato tramandato grazie a una successione ininterrotta di maestri,
che da cuore a cuore, da mente a mente si sono trasmessi questo
tesoro.
Reb Anderson è
un maestro di questa successione. Nato nel Mississipi, Stati Uniti, è
cresciuto nel Minnesota. Ha lasciato gli studi avanzati di matematica
e psicologia per andare a studiare il Buddismo Zen al San Francisco
Zen Center, sotto la guida di Shunryu Suzuki Roshi, autore del
celebre libro Mente Zen Mente di Principiante. Nel 1970 è
stato ordinato monaco zen da Suzuki Roshi con il nome di Dharma di
Tenshin Zenki, che significa Naturalmente Reale, La totalità
delle opere. Ha ricevuto la Trasmissione del Dharma nel 1983 e, dal
1986 al 1995, è stato abate del San Francisco Zen Center
(istituzione che comprende il Centro di Città, il
tempio-fattoria biologica di Green Gulch e il Tassajara Zen Mountain
Center). Tenshin Roshi attualmente vive e insegna a Green Gulch, e
conduce ritiri sia negli Stati Uniti sia in Europa. Oltre a vari
articoli usciti sulle più importanti riviste americane di
buddhismo, quali Inquiring Mind, Tricycle, Turning Wheel,
Shambhala Sun e Wind Bell, Reb Anderson Roshi ha scritto
due libri: Warm Smiles from Cold Mountains: Dharma Talks on Zen
Meditation (Rodmell Press, 1999) e la presente opera, che nella
versione originale si intitola Being Upright, cioè
“esseri retti”.
E proprio con l’essere
retti che ha a che fare questo libro, o meglio con la relazione tra
etica e Buddhismo. La quarta Nobile Verità espressa dal Buddha
indica l’Augusto Ottuplice Sentiero, ovvero la via che occorre
seguire per realizzare la liberazione spirituale. Tale sentiero può
essere riassunto in tre punti fondamentali: Shila, Samadhi,
Prajna, ovvero moralità, assorbimento meditativo,
saggezza. In altre parole, è solo dalla combinazione della
pratica meditativa, della condotta morale e dello studio
dell’insegnamento del Buddha che è possibile realizzare
l’illuminazione. Oggi, se da un lato, in Oriente, i laici
buddhisti si dedicano quasi esclusivamente all’osservanza dei
precetti e solo molto raramente, se non per nulla, praticano la
meditazione, dall’altro, in Occidente i laici danno molto
spazio alla pratica seduta mentre la pratica dei precetti etici non
sempre viene seguita.
Le pubblicazioni sullo
Zen comparse fino a oggi in Occidente hanno risentito di questa
impostazione. Ma anche se poco descritti, i precetti costituiscono un
aspetto fondamentale della pratica Zen. Finalmente compare oggi in
lingua italiana questa opera, che è interamente dedicata
all’analisi dei precetti del Bodhisattva - ovvero i voti sia
per i monaci che per i laici della tradizione Zen - e al significato
del prendere Rifugio nei Tre Gioielli, ovvero nel Buddha, nel suo
insegnamento, o Dharma, e nella comunità dei praticanti, o
Sangha.
Il testo dunque
rappresenta una solida base di studio per la pratica Zen, e
costituisce uno strumento necessario a chi si prepara a ricevere una
ordinazione e a chi è già ordinato. Ma è anche
un libro prezioso per tutti i ricercatori dello spirito, a qualunque
tradizione appartengano.
Il verso 55 del decimo
capitolo del Bodhicaryavatara recita: “Finché lo
spazio dura e finché il mondo dura, possa io durare e
distruggere le sofferenze del mondo”.
In poche righe
Shantideva - monaco buddhista del 600 dell’Era Comune - ha così
espresso l’essenza del Mahayana e l’ideale del
Bodhisattva, figura centrale di tale tradizione buddhista. Il
Bodhisattva infatti è un essere che fa voto di raggiungere
illuminazione per il bene di tutte le esistenze. Come il
Bodhicaryavatara, questo testo parla proprio della Via del
Bodhisattva. E per stare sulla “via” non occorre essere
già un illuminato. Un grande viaggio comincia con un passo. E’
già un Bodhisattva colui che genera la “mente del
risveglio” (bodhicitta in sanscrito), quella
straordinaria, trasformativa intenzione di liberarsi per il bene
degli altri.
Dogen nel Gakudo
Yojin-shu, Le dieci precauzioni per apprendere la Via, ha
scritto che “per prendersi veramente cura di noi stessi,
dobbiamo avere fede, fin dall’inizio, che la nostra vita è
uno con la Via”.
E come un novello
Shantideva, Tenshin Roshi prende per mano il lettore e lo introduce a
questo infinito meraviglioso viaggio lungo la Via verso la
liberazione di tutti gli esseri: capitolo per capitolo, investiga e
apre ogni precetto fino a mostrarcene il “vero volto”.
Spesso l’autore
spiega i precetti citando famosi dialoghi (o koan) tra maestro
e discepolo, e riporta inoltre quelli avvenuti tra lui e Suzuki
Roshi, il cui spirito appare continuamente tra le righe del libro.
Con grande franchezza
parla anche delle proprie difficoltà passate, mostrandosi così
come un esempio concreto e vivente, piuttosto che come un
irraggiungibile miraggio di perfezione. D’altra parte, solo un
Buddha è in grado di adempiere a ogni precetto completamente e
perfettamente. I voti dunque rappresentano una sorta di stella polare
che ci indica la via lungo il viaggio spirituale.
Come tutti i grandi
maestri zen, Tenshin Roshi non ci fornisce tutte le risposte, ma
certamente indica le domande giuste da porsi di fronte ai grandi
dilemmi della vita e ci insegna, con saggezza e compassione, a
confrontarci con le lotte emotive ed etiche che agitano le nostre
esistenze.
Le antiche tradizioni
orientali esprimono il proprio messaggio sapienziale in modo profondo
e incisivo, ma non sempre comprensibile da un occidentale del XXI
secolo. Reb Anderson Roshi rende invece assolutamente fruibile a un
pubblico occidentale l’antico insegnamento Zen, grazie a un suo
lungo e paziente lavoro di adattamento culturale, che in nulla
tradisce lo spirito originario.
Con questo libro, così
come con la sua vita, Reb onora Shunryu Suzuki Roshi e i suoi
insegnamenti.
Questa opera inaugura
una collana intitolata “La Via dello Zen” da me curata.
Il progetto è quello di proporre una serie di libri sulla
pratica Zen: sia traduzioni di opere che hanno già avuto
successo all’estero, sia lavori originali. Non libri astratti
su concetti astrusi e poco fruibili, ma opere di maestri di Dharma,
che parlano a partire dalla loro esperienza meditativa. Voci dal
silenzio. Veri e propri insegnamenti spirituali disvelanti la Parola
che alberga nel cuore dell’homo religiosus.
Il secondo libro della
collana è già in lavorazione. Si tratta di un’altra
opera di Reb Anderson, dal titolo originale Warm smiles from could
mountains. Un commento vivo e profondo allo Zazen shin, un
testo di Dogen sulla meditazione seduta, considerata - come allude il
titolo giapponese - una sorta di ago da agopuntura, che, se piantato
sapientemente al centro delle nostre vite, può donarci una
profonda “salute” spirituale.
Il mio augurio è
che tali opere possano rappresentare un utile strumento per tutti
quelli che stanno cercando se stessi in questo pazzo, meraviglioso
mondo.
Nove Inchini
Dario Doshin
Girolami
Dario Doshin Girolami è
stato ordinato monaco Zen da Zenkei Blanche Hartmann, badessa del San
Francisco Zen Center. E’ laureato in Religioni e Filosofie
dell’India e dell’Estremo Oriente ed è il
fondatore del Centro Zen l’Arco di Roma dove insegna e guida
regolarmente la meditazione e le cerimonie.
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