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LA VOLPE DI BAIZHANG
di Dario Doshin Girolami
Il caso
Un tempo,
quando Baizhang (giapp. Hyakujo) diede una serie di discorsi, un
certo vecchio vi assisteva con i monaci. Quando alla fine di ogni
discorso se ne andavano, andava via anche lui. Ma un giorno rimase
dopo che essi se n’erano andati, e Baizhang gli domandò:
“Chi sei tu, che stai davanti a me?”
Il vecchio
rispose: “Io non sono un essere umano, ma in passato, ai tempi
del Buddha Kashyapa, ero un maestro Zen e vivevo su questa montagna.
A quel tempo uno dei miei studenti mi domandò: “un uomo
illuminato è o non è soggetto alla legge di causalità.
Io gli risposi: “L’uomo illuminato non è soggetto
la legge di causalità”. Per questa risposta, fui
trasformato in una volpe per cinquecento reincarnazioni, e sono
tuttora una volpe. Vuoi salvarmi da questa situazione con le tue
parole Zen e farmi uscire dal corpo di volpe? Ora lascia che ti
domandi: l’uomo illuminato è soggetto alla legge di
causalità?”.
Baizhang
disse: “L’uomo illuminato non è cieco alla legge
di causalità”.
Alle
parole di Baizhang il vecchio fu illuminato. “Sono libero”
disse, inchinandosi profondamente per riverire il maestro. “Non
sono più una volpe. Il mio corpo è nella tana dietro
questa montagna. Ti prego, fammi il funerale come fossi un monaco”.
Poi scomparve.
Il giorno
dopo Baizhang fece ordinare dal capo dei monaci che tutti si
preparassero ad assistere al funerale di un monaco. “Stiamo
tutti bene, e in infermeria non c’era nessuno malato” si
stupirono i monaci. “Che cosa vorrà dire il nostro
maestro?”.
Dopo il
pasto Baizhang fece uscire i monaci dal tempio e li guidò
dall’altra parte della montagna. Giunsero ai piedi di una
roccia, e il maestro tirò fuori col suo bastone il cadavere di
una vecchia volpe e poi celebrò la cerimonia della cremazione.
Quella
sera Baizhang fece un discorso e raccontò ai monaci l’intera
storia. Allorché Huang po (giapp. Obaku) si fece avanti e gli
disse: “Se ho capito bene, il vecchio fu trasformato in volpe
per cinquecento reincarnazioni perché aveva dato una risposta
sbagliata di Zen. Ora voglio domandarti: che cosa sarebbe successo se
ogni volta che interrogato avesse dato la risposta giusta?”.
Baizhang
disse: “Vieni qui vicino, che te lo dico”: Huang po si
avvicinò al maestro e gli diede uno schiaffo. Baizhang batté
le mani ridendo e disse: “Sapevo che la barba delle volpi fosse
rossa ed ecco una volpe dalla rossa barba”.
Commento
di Wu men (giapp. Mumon):
“Non
essere soggetti alla legge di causalità”. Come può
questa risposta causare cinquecento rinascite da volpe?
“Non
essere ciechi alla legge di causalità”. Come può
questo causare il ritorno alla vita umana?
Se avete
il singolo occhio della realizzazione, apprezzerete come il vecchio
Baizhang visse le cinquecento vite da volpe come una grazia.
Versi di
Wu men
Non soggetto, non cieco-
Due facce dello stesso dado.
Non soggetto, non cieco-
Mille errori. Diecimila errori.
Quanto
precede è un famoso koan così come compare nel
caso 2 della raccolta della Porta senza porta (cin. Wu-men
kuan, giapp. Mumonkan). Tale caso è compreso anche
nel Libro della serenità, cioè una raccolta di
koan più usata dalla tradizione Zen Soto.
Proviamo
ora ad analizzare insieme il caso, non certo con l’intento di
comprenderlo, ma al fine di individuare le domande che ci possono
guidare nello studio del koan, o meglio, nella pratica della
Via. I maestri Zen - e le storie che li riguardano - non danno,
infatti, le risposte giuste, ma le domande giuste. Ovvero ci
forniscono i corretti quesiti che ci dobbiamo porre per comprendere
noi stessi e l’intero universo. I koan, dunque,
attraverso le domande esistenziali che evocano, ci forniscono la
mappa per poter navigare nel mondo dello spirito. Ma occorre
ricordare che la mappa non è il viaggio. Quindi riuscire a
comprendere le indicazioni che il koan fornisce non equivale
alla realizzazione. Bisogna “mettersi in cammino”
seguendo le indicazioni e maturare una trasformazione spirituale.
Solo allora il koan potrà essere compreso, realizzato,
attualizzato.
Cominciamo
con il collocare storicamente i personaggi di questa storia.
Baizhang
(720 - 814) fu uno dei principali successori di Ma tsu (Baso) il
quale contribuì grandemente all’espansione dello Zen nel
periodo T’ang (618 - 922). Baizhang (Cento leghe) compilò
le cosiddette “regole pure” per i monasteri Ch’an
(Zen) cinesi che, con alcune modifiche, i centri Zen odierni ancora
seguono. Come molti altri maestri Zen, prese il nome dalla montagna
sulla quale sorgeva il suo monastero.
Huan po (?
- 850) fu un successore di Baizhang e generò tredici allievi
illuminati, tra i quali figura Lin chi (Rinzai) fondatore
dell’omonima setta Ch’an.
Vediamo
ora la storia. Tradizionalmente quando un maestro Zen finisce un
discorso, esce dalla sala dell’insegnamento e poi escono i
monaci, in fila e in silenzio, secondo le regole fissate dallo stesso
Baizhang. Nel koan si dice che il vecchio normalmente usciva
con tutti gli altri monaci. Ma a un certo punto qualcosa cambia. Il
vecchio si ferma. Si tratta di un evento molto evocativo: non c’è
più andare e venire, e il tempo si ferma, o meglio si annulla.
Tanto più che il vecchio asserisce di essere stato una volta
l’abate di quel tempio, e abbiamo detto che gli abati
prendevano il nome dalla montagna sulla quale sorgeva il tempio.
Quindi anche il vecchio si chiama Baizhang. Il Baizhang del passato
si trova davanti al Baizhang del presente. Come è possibile
questo? E se il passato è “passato” si può
dire che esista? Si dice che il Dharma, l’insegnamento
del Buddha, è eterno. Ma è eterno nel senso che dura
molto o che è al di là del tempo?
In questa
zona atemporale i due Baizhang hanno uno scambio sul karma e
la realizzazione. Fin dai primi tempi, i buddhisti hanno sempre
cercato di liberarsi dal karma. Con questa espressione
sanscrita, che letteralmente vuol dire “azione”, si
intende che ogni nostra azione costituisce una causa che genera degli
effetti. Se la causa è positiva gli effetti saranno positivi,
se è negativa, gli effetti saranno negativi. In ogni caso, le
azioni piantano dei “semi karmici” che portano alla
rinascita. La liberazione, l’illuminazione o nirvana,
consiste - tra le infinite altre cose - anche nel non avere più
residui karmici e quindi non essere più soggetti alla
rinascita. Ma ben lungi dall’essere liberato, il vecchio
Baizhang viene incatenato per cinquecento vite. Cosa c’era di
sbagliato nella sua risposta? E poi, si sbagliava davvero? E se si
sbagliava, non si sbagliavano anche i maestri del passato e i sutra
che riportano i loro insegnamenti?
Ciò
che abbiamo qui è la compresenza del punto di vista assoluto e
relativo, karma e nirvana. Come si fa a metterli
insieme? Come si fa a viverli per quello che sono?
Ecco la
risposta del presente Baizhang: “l’illuminato non è
cieco alla legge di causa effetto”. L’assoluto lo si
trova abbracciando completamente il relativo. Assoluto e relativo non
possono essere separati in questo mondo, e nessuno è al di là
delle conseguenze karmiche. E poi come si fa a dire che delle
conseguenze sono negative? Forse costituiscono quello di cui abbiamo
bisogno per capire delle cose? E allora, non è forse la nostra
“cecità” a farcele percepire come negative?
La persona
illuminata abbraccia la causalità. Non la evade. E in essa
“vede” l’assoluto.
Il
commento di Wu-men è a questo punto più chiaro: “se
avete il singolo occhio della realizzazione, apprezzerete come il
vecchio Baizhang visse le cinquecento vite da volpe come una grazia”.
Ma noi siamo capaci di trovare la “meraviglia” nello
scorrere della nostra vita, così com’è?
Vediamo
ora la storia di Huang po. All’epoca, era capo dei monaci
presso il monastero di Baizhang, il quale stava cercando di capire se
il suo allievo era adatto a diventare un maestro. Abbiamo detto in
principio che un maestro deve fornire buone domande, e non buone
risposte. E la domanda che Huan po pone al maestro (e a noi tutti) è
sicuramente buona: “se il vecchio Baizhang avesse risposto
correttamente, sarebbe comunque diventato una volpe per cinquecento
reincarnazioni?” Per verificare se l’allievo conosceva
tuttavia la risposta, il maestro lo invita ad avvicinarsi con la
chiara intenzione di colpirlo. Hung po, ormai maturo per
l’insegnamento, intuisce l’intenzione del maestro è
l’anticipa. A questo punto occorre comprendere che nello Zen
dell’antica Cina il colpirisi reciproco era segno di risveglio
e di accordo, e non espressione di rabbia o violenza. Anticipando il
maestro, Huang po gli conferma di aver compreso e di essere maturo,
ma soprattutto di essere estremamente consapevole.
Ogni
istante della nostra vita è frutto del nostro karma,
delle nostre azioni passate. Il karma, dunque pone le
condizioni. Ma a ogni istante siamo liberi. Dunque, di fronte a ogni
evento della nostra vita, siamo liberi di scegliere come agire: se in
maniera coatta, seguendo le nostre vecchie abitudini karmiche e
inclinazioni negative, o in maniera liberante, pacificante. Ogni
istante è come un crocevia, dove si intersecano libertà
e schiavitù, assoluto e relativo. Grazie alla pratica dello
Zen, che è fondamentalmente una pratica di presenza mentale,
possiamo divenire consapevoli di ogni istante, del manifestarsi del
nostro karma e di tale crocevia. Ma è così che
viviamo? Siamo consapevoli di come le nostre abitudini ci portano a
reagire sempre nello stesso modo? Siamo consapevoli di essere liberi
di agire diversamente? E anche se raggiungeremo l’illuminazione,
questo ci renderà immuni dalle difficoltà del momento
successivo?
Huang po,
dunque, reagendo istantaneamente e consapevolmente nel momento
presente davanti alla sollecitazione del maestro, gli dimostra la
propria maturazione, tanto da far esclamare a Baizhang: “Sapevo
che la barba delle volpi fosse rossa ed ecco una volpe dalla rossa
barba”.
Bodhidharma
è il maestro indiano, vissuto tra il IV-V secolo, che portò
lo Zen dall’India alla Cina. La leggenda vuole che egli avesse
la barba rossa, proprio come le volpi. Ecco quindi che, alla fine
della storia torna l’immagine della volpe e, soprattutto,
l’annullamento del tempo. Huang po diviene contemporaneo di
Bodhidharma, poiché la sua illuminazione - confermata da
Baizhang - è al di là del tempo, inoltre Bodhidharma è
presente ora, poiché il suo Dharma non ha tempo. Ma come si fa
a vedere qui e ora Bodhidharma?
Alla fine
di queste riflessioni vorrei ricordare che ai koan non si
risponde come a degli indovinelli, ma con la propria vita, maturando,
crescendo, grazie alla pratica spirituale indicata dalle domande
evocate dal koan. E vi chiedo: il vecchio Baizhang prima è
soggetto al karma, tanto da reincarnarsi nella volpe. Grazie
all’insegnamento del presente Bhaizhang non lo è più?
Cosa è cambiato? E in voi, cosa è cambiato?
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