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LA QUESTUA: L'INTERDIPENDENZA DELLA CIOTOLA
VUOTA
di Dario Girolami
Fu una delle prime cose che mi colpì in Thailandia. Tormentato
dal caldo della stagione monsonica mi ero svegliato all'alba e mi
ero affacciato alla finestra nella speranza di respirare un po'
d'aria fresca. Lo spettacolo che vidi fu in verità molto più di
questo, molto più che un'inalazione di ossigeno puro. Lo squallido
albergo nel quale soggiornavo dava su una strada male asfaltata
trasformata in uno stagno marrone dalle piogge insistenti, ma quel
mattino quella stessa strada mi apparve stupenda: una fila di monaci,
giovani e meno giovani, avvolti in panneggianti abiti ocra la stava
percorrendo con sobria dignità. I piedi scalzi, lo sguardo basso
e concentrato, la schiena dritta, e, sotto il braccio, una grande
ciotola vuota.
Si trattava della pindapata, o questua, la rituale cerca del cibo
che ogni mattino, fin dai tempi del Buddha, i monaci della tradizione
Theravada compiono. Il Vinaya infatti, quella parte del Canone dedicato
alle regole, stabilisce che il monaco debba vivere in uno stato
di mendicità. Ogni giorno quindi i bhikkhu, da soli o in piccoli
gruppi, raggiungono a piedi il villaggio vicino al luogo dove soggiornano
e qui "solo con corpo, parole e pensieri ben frenati, solo con vigile
attenzione e animo domato" (Samyutta Nikaya 20 10), vanno di casa
in casa aspettando davanti alla porta, in silenzio, che venga loro
offerto del cibo.
Anche il laico che compie l'offerta è tenuto a rispettare determinate
regole. Egli infatti deve innanzitutto esprimere chiaramente le
proprie intenzioni uscendo sulla strada con ciotole di cibo, o invitando
verbalmente il monaco, che in nessun caso può domandare qualcosa,
ad avvicinarsi e a ricevere l'offerta. Il laico deve ovviamente
mantenere un comportamento rispettoso e, notazione curiosa, deve
restare a distanza di un avambraccio dal monaco: la distanza sufficiente
a far passare una mucca sacra.
Il cibo così raccolto va consumato, quale unico pasto, prima che
il sole raggiunga lo zenith; quello che rimane delle elemosine viene
versato a terra come cibo per gli animali e la ciotola viene lavata
con acqua corrente.
Avevo già studiato sui libri questa pratica e mi era sembrata interessante
e suggestiva, ma il vedere effettivamente quei monaci camminare
in cerca di cibo, e sapere che se non avessero ricevuto nulla sarebbero
rimasti digiuni fu qualcosa di diverso, fu uno spettacolo sconvolgente
che non potè lasciarmi indifferente.
La forza della pratica della questua è enorme, così come enormi
sono gli effetti, tanto è vero che anche nello Zen, la tradizione
alla quale appartengo, viene ancora praticata anche se non come
unica fonte di sostentamento, visto che ai monaci Zen Soto è permesso
lavorare e possedere denaro.
Nei giorni prestabiliti tutti i monaci escono dal tempio Zen per
la questua, o takuhatsu in giapponese, formando una lunga fila e
camminando adagio per le strade recitando sommessamente dei versi.
Sul capo portano l'agiro - gasa, il noto cappello di bambù, ben
orizzontale, per non venire disturbati dalla visione del mondo esterno
e per meglio concentrarsi su se stessi. L'ultimo della fila porta
lo shakujo, un lungo bastone sulla cui sommità ci sono sei anelli
metallici (sei come le perfezioni) che il monaco fa tintinnare sbattendo
l'altra estremità a terra per scacciare gli insetti e gli animali,
al fine di non far loro del male mentre cammina. In più, si dice
che tale suono sia in grado di far scappare anche gli animali più
feroci, tanto che Dogen riuscì a mettere in fuga tigri e draghi.
Ciascun monaco porta la sua ciotola nella quale riceve o cibo o
anche denaro, il ché è molto più pratico, in linea con lo spirito
Zen: il laico infatti che si trova lontano da casa e vuole comunque
offrire qualcosa ai monaci lungo la via, può farlo semplicemente
con una monetina. L'offerente poi viene ringraziato con una breve
preghiera.
Anche a Fudenji, uno dei monasteri Zen Soto dove ho studiato, si
pratica la questua. Nei giorni prestabiliti i monaci si recano nei
paesi vicini per dar vita a quella che è stata la prima esperienza
di mendicità buddhista europea nelle forme della tradizione Zen
Soto. Questo mi ha dato la preziosa opportunità di poter partecipare
effettivamente alla questua, e mi ha dunque permesso di non essere
più mero spettatore "in finestra" ma parte attiva del "dramma liturgico",
e così meglio comprendere, dal di dentro, la profondità e la forza
di una tale pratica.
Vediamo dunque qual è il senso di tutto ciò. Innanzitutto il Buddha
raccomandava di non evitare nessuna casa, e questo per due motivi
fondamentali. Intanto per educare i monaci a non essere così sicuri
di ricevere qualcosa, infatti, mendicando anche davanti alle case
dei poveri le possibilità di ricevere un offerta erano piuttosto
basse. Poi non facendo discriminazioni si offriva la possibilità
a tutti di accumulare meriti, infatti l'idea alla base della questua
è che chi trae vero profitto da ciò non è il monaco, ma il donatore,
che con la sua elargizione acquista meriti (o punna in pali) karmici.
Tanto che è possibile che i monaci "puniscano" un laico che ha commesso
delle manchevolezze contro il sangha rovesciando la ciotola delle
elemosine; in altre parole il bhikkhu, rifiutando l'offerta, sottrae
al laico la possibilità di acquisire un buon karma con il suo dono.
La questua poi non deve essere vissuta come un'umiliazione, sebbene
rappresenti una profonda lezione di umiltà, ma come silenziosa testimonianza,
al di là delle parole e del pensiero, della propria dignità. Non
è un caso che uno degli appellativi del Buddha è: "Colui che è degno
di ricevere". Ora, per ricevere dai laici è evidente che è necessario
un contatto con essi, il ché testimonia quanto per Shakyamuni fosse
importante che ci fosse questo diretto contatto con le persone e
con il loro cuore. Il gesto dell'offerta dunque espime unità, anche
se tale gesto deve comunque essere libero da implicazioni personali,
tanto è vero che nella tradizione zen i monaci portano un largo
cappello che non consente di vedere in volto chi dona. Di fatto
la questua è una preziosa campana di consapevolezza che richiama
alla interdipendenza sia chi offre sia chi riceve l'offerta: nessuno
potrebbe vivere senza l'altro.
La questua poi ci ricorda un'altra cosa fondamentale, e cioè che
la vita è dono, dunque chi offre ha l'opportunità di risvegliarsi
alla consapevolezza dell'importanza del dono e quindi alla consapevolezza
della natura della propria vita. E non è un caso che sia stato usato
il termine consapevolezza, poiché il gesto dell'offrire non può
che essere un gesto consapevole. L'immagine della ciotola vuota
che ci si pone davanti ci deve risvegliare. L'azione del riempirla
con il proprio dono non può essere distratta, tutt'altro. Tanto
più che il donare, se è veramente donare, susciterà gioia in entrambi
i soggetti: è l'intima gioia dell'unità, che sorge ogni volta che
si superano i limiti dell'ego e dell'egoismo, quando non c'è più
offritore e ricevitore ma soltanto l'amore che deriva dall'oblio
del sé.
E' grazie a questo amore che qualsiasi cosa venga posta come dono
nella ciotola diventa cibo, cibo per il cuore, come il pollice in
putrefazione del lebbroso caduto, nell'atto di offrire qualcosa,
nella ciotola di Maha Kassyapa. In altre parole il dono e l'amore
trasformano e santificano l'offerta, e l'offerta stessa trascende
se stessa e diventa cibo per la crescita spirituale di entrambi,
donatore e questuante.
La ciotola dunque è un simbolo di straordinaria potenza, tanto
che rappresenta, insieme alla veste, la vita monastica, e, nella
tradizione Zen, la trasmissione dello Spirito da maestro a discepolo.
L'oryoki, o ciotola del monaco infatti, può essere elevata a simbolo
della vacuità stessa. Quando ci viene posta davanti dal questuante,
essa è vuota, come in verità vuoti sono l'io di chi dona e l'io
di chi riceve, e come vuota è la mente Zen, la mente del principiante
che vive ogni esperienza, ogni attimo della vita, con freschezza.
Una mente vuota, come una ciotola, può accogliere tutto, può accogliere
il Tutto, può accogliere l'Universo.
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