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ZEN E KARATE
di Dario Girolami
Qualche tempo fa i maestri di karate Riccardo Meduri e Massimo
Cicolani mi hanno invitato a svolgere all'interno del corso da loro
avviato, una serie di incontri finalizzati a studiare e a praticare
lo Zen per vederne i contatti con le arti marziali in generale e
con il karate in particolare. A quel punto il problema era come
introdurre l'argomento senza ancora una volta insistere sulla, per
altro suggestiva, storia del principe indiano Bodhidharma che portò
in Cina lo Zen e le arti marziali. La risposta mi venne suggerita
dallo Zen stesso: occorreva far provare direttamente, effettivamente
cosa la pratica dello Zen fosse, e da lì, pian piano, far notare
le somiglianze con una seria pratica delle arti marziali. Seguiamo
dunque insieme tale percorso, senza però, sia ben chiaro, avere
la pretesa di esaurire l'argomento in queste poche pagine, poiché,
in effetti, non basterebbe una vita intera per comprendere qual
è il significato più profondo dello Zen e del karate.
Ora, letteralmente la parola giapponese zen vuol dire meditazione;
essa infatti viene dal termine cinese ch'an che a sua volta deriva
dal termine sanscrito dhyana, che indica appunto la meditazione.
Ma attenzione, con meditazione, in Occidente, di solito si intende
un pensare intensamente, profondamente a qualche cosa, mentre la
parola dhyana indica paradossalmente l'opposto, cioè il "non pensare".
Ovviamente l'idea del "non pensare" non deve rimandare immediatamente
all'immagine di un elettroencefalogramma piatto ma a ben altro,
cioè a uno svuotare la mente da quel continuo chiacchiericcio mentale
che impedisce un contatto diretto, immediato e totale con la realtà
che ci circonda.
Miglior termine per indicare ciò sarebbe dunque "consapevolezza",
cioè un attenzione non monofocale ma a 360°, che permette di essere
pienamente coscienti di ciò che avviene intorno e dentro a noi stessi.
La pratica meditativa fondamentalmente è proprio questo: essere
completamente, immediatamente, assolutamente presenti nel momento
presente, e questo non soltanto durante la pratica formale o seduta,
ma sempre, in ogni attimo della propria vita. Si tratta dunque di
imparare a vivere in perfetta e armonica adesione con ciò che avviene.
Tale atteggiamento mentale però, non va confuso con un bovino subire
gli eventi avversi, in quanto è piuttosto una matura, coraggiosa
e consapevole accettazione della realtà, bella o brutta che sia.
Colui che vive in questo modo, poiché è costantemente consapevole,
non compirà mai azioni che pongano in disaccordo la mente e il corpo,
che invece saranno uniti armonicamente: ogni gesto sarà espressione
di armonia fisica, mentale e spirituale.
Sebbene a un primo e superficiale sguardo tutto ciò possa apparire
lontano dalle arti marziali, di fatto, a una più attenta analisi
risulterà esattamente il contrario. Prendiamo per esempio il karate.
Ora, per apprendere questa nobile arte occorre imparare in maniera
corretta le tecniche di base o kihon, e a tal fine cosa ci vorrà
se non una continua, costante consapevolezza dei propri movimenti,
che andranno via via sgrezzati, fino a riuscire ad armonizzarli
con il comando mentale in maniera perfetta? Ovviamente lo stesso
discorso vale per lo studio di quelle sequenze di gesti formalizzati
note come kata. A pensarci bene il kata è un prezioso strumento
meditativo offertoci dalla tradizione, poiché, tanto più è complesso,
tanto più ci costringe a essere completamente calati nel movimento,
senza distrazione alcuna, proprio come durante la meditazione seduta
(o zazen), quando occorre esserci totalmente.
Addestrati attraveso la pratica del kihon e del kata è possibile
sviluppare un alto grado di presenza mentale che si rivelerà di
grande importanza nel corso di un'altra attività: il combattimento
libero o kumite. Con una persona di fronte determinata a colpirci,
come, se non grazie alla consapevolezza potremmo riuscire a cavarcela?
Chi ha praticato le arti marziali sa che per svolgere bene un combattimento,
sia esso marziale o sportivo, occorre imparare a calcolare due cose:
la distanza e il tempo. Ovviamente la capacità di osservare in maniera
attenta e consapevole si rivelerà in questo caso di grande aiuto,
come d'altra parte lo è nell'imparare a sentire, ad intuire la volontà
d'attacco dell'avversario. E' passando per questa via che un giorno
sarà possibile raggiungere quello stato detto "mushin", mente vuota,
o stato del non pensiero, dove i colpi partiranno immediatamente,
senza bisogno di perdere preziosi secondi a riflettere su quale
tecnica usare.
Inoltre, in alcune scuole, studiando le tecniche da combattimento
si apprende ad attaccare quando il compagno è in fase di inspirazione:
fase in cui la fascia addominale è rilassata e si sta incamerando
energia per sferrare un attacco. Guarda caso durante la pratica
di zazen quello che spesso si fa è imparare a osservare consapevolmente
la propria respirazione: si accompagna con lo sguardo interiore
ogni inspirazione e ogni espirazione; successivamente si impara
ad allungare sempre più l'espirazione, abbassando il diaframma e
facendo diventare l'addome compatto, proprio come quando, nel karate,
si attacca e si colpisce il bersaglio emettendo con forza l'aria,
comprimendo il ventre. Inoltre per imparare ad attaccare bisogna
imparare ad avanzare senza ripensamenti, senza paura: capacità che
ricorda da vicino quella del Buddha che sedette in meditazione senza
paura (abhaya in sanscrito) di fronte agli attacchi e alle tentazioni
di Mara, il malvagio, re di ogni inquietudine e Signore della morte.
Ovviamente per poter raggiungere tali stadi, sia meditativi che
marziali, e anche soltanto per avanzare un poco lungo la via, occorre
una continua, costante pratica. Un'accesa determinazione deve spingere
a esercitarsi quotidianamente, anche per tutta la vita; si tratta
di sviluppare la propria forza fisica e morale e di avanzare coraggiosamente,
senza mollare mai, al seguito di un maestro qualificato che sappia
trasmettere il corretto insegnamento.
Alla luce di queste spiegazioni, e praticando insieme lo zazen
secondo i modi tradizionali, le persone che hanno frequentato i
suddetti incontri hanno sviluppato un sempre maggior interesse,
tanto che alcune di loro hanno cominciato a frequentare in maniera
assidua gruppi di meditazione e centri di pratica buddhisti. Comunque
tutti hanno mostrato di ben comprendere il senso dell'esperienza
e hanno continuato a praticare l'arte marziale come arte, come Via
e come educazione alla vita e non come mera attività ginnico-sportiva.
Mi auguro che questi incontri, che stanno continuando felicemente,
possano portare ancora buoni frutti o che comunque lascino nel cuore
di chi ha partecipato un seme-zen che aiuti ad affrontare la vita
in maniera più profonda e sentita.
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