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TAGLIARE L'ERBA CHE CRESCE
di Dario Doshin Girolami
E' questo un intervento, leggermente riadattato, tenuto da Dario
Dô shin nel corso di una sesshin di formazione del luglio 1996.
Seduto o in piedi
immobile o in movimento
mai una volta
ho visto l'erba crescere
Come ci insegna Buddha Shakyamuni le cose sono in costante movimento,
in costante cambiamento, il problema è che o non ne siamo coscienti
o ce ne accorgiamo troppo tardi. Da bambino non mi capacitavo del
movimento delle lancette dell'orologio: le osservavo con attenzione
ma non riuscivo a coglierne lo spostamento che tuttavia avveniva,
infatti, se distoglievo lo sguardo per qualche minuto e poi osservavo
nuovamente il quadrante mi accorgevo dell'avvenuto movimento. Lo
stesso avviene con l'erba: se la si osserva non si nota il suo crescere,
ma dopo qualche giorno, anche se prima sembrava immobile, si nota
come sia cresciuta e abbia magari invaso posti in cui prima non
c'era. Questo è anche quello che avviene in relazione alla vita:
troppo spesso ci accorgiamo in ritardo delle cose. Quante volte,
grazie a questo atteggiamento cieco, abbiamo capito troppo tardi
che una persona a noi vicina aveva bisogno di aiuto, o che era il
momento di rispondere prontamente al richiamo del maestro?
L'accorgersi di aver capito in ritardo, tuttavia, non deve dar
vita a una serie infinita di rimorsi che a nulla conducono, ma invece
deve divenire motore di un nuovo atteggiamento più attento e consapevole.
Si tratta in altre parole di imparare a vivere costantemente, immediatamente,
completamente calati nell'irripetibile momento presente: presenti
nel presente.
Certo, riuscire a vivere in questo modo, essere tempisti, è un
po' come voler vedere "l'erba crescere", tuttavia è proprio questo
quello che insegna l'educazione Zen: se si impara a mollare la presa,
a non irrigidirsi sulle proprie posizioni, allora si comincia a
fluire armonicamente con il ritmo dell'universo, e si diviene capaci
di agire nel momento giusto, senza doversi più rammaricare di aver
capito in ritardo.
L'immagine che mi viene in mente è quella del surf oceanico: per
poter cavalcare una lunga, potente, maestosa onda, occorre, prima
di tutto, lasciarsi trasportare da essa, senza opporsi rigidamente,
anche perché altrimenti si verrebbe spazzati via. Presa velocità
bisogna saltare in piedi senza esitazione; ogni azione va compiuta
al momento giusto, non prima e non dopo, il riflettere su cosa fare
vorrebbe dire non essere tempisti, non essere aderenti al momento
presente e al itmo dell'onda e dunque significherebbe cadere e venire
travolti e schiacciati dai frangenti: l'unica cosa da fare è co-vibrare
con il mare e la natura e con essi danzare. E dunque a noi non resta
che mollare, posare il fardello del nostro egoismo e cominciare
a seguire l'onda della vita.
Un giorno, mentre aiutavo il mio Maestro a tagliare con la falce
l'erba che inesorabilmente continuava a crescere, mi è tornato alla
mente un passo di un importante testo paracanonico, il Milindapañha,
che recita così:
Gran re, come un raccoglitore di cereali avendo preso
con la mano sinistra un fascio di cereali e avendo una falce nella
mano destra, con la falce lo taglia, così gran re il meditante preso
possesso della mente con l'attenzione, taglia via gli obnubilamenti
con la comprensione (II.8.)
Dunque oltre che accorgerci del crescere dell'erba è altresì auspicabile
che la si tagli prontamente e, nel far ciò, ci si renda conto di
come questa apparentemente semplice operazione educhi e rimandi
a un altra attività che troppo spesso riteniamo doversi svolgere
solo all'interno del dojo.
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